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Memorie e suggestioni di un toponimo rurale

Memorie e suggestioni di un toponimo rurale
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Memorie e suggestioni di un toponimo rurale
Scheda tecnica

MEMORIE E SUGGESTIONI DI UN TOPONIMO RURALE

 

 

Ben oltre i "venticinque secoli" di storia invocati da Lampedusa, le memorie della tradizione siciliana si perdono nella notte dei tempi.

Ogni angolo dell’isola conserva tracce e risvolti particolarmente interessanti ove si fondano storia, tradizioni e motivi popolari.

Le zone rurali, al di là delle classificazioni catastali e della conseguente italianizzazione dei nomi, mantengono nei loro toponomi profonde orme cariche di suggestioni e ancora da interpretare.

Nella zona delimitata dalla provinciale S. Croce Camerina - Marina di Ragusa, dalla fenditura del torrente Biddemi e dal Cozzo Cappello esiste una località chiamata "I ronni”: una zona ove allignano carrubi, olivi e, in genere, una flora tipicamente mediterranea.

Ivi sorge un’antica costruzione su cui impietosamente si è abbattuta la mano del tempo e dell'uomo. All’ombra di quel rudere è nata una leggenda relativa ad una piccola famiglia composta da un uomo e le sue due sorelle.

Gli avvenimenti probabilmente risalirebbero all'epoca della dominazione mussulmana, quando piccoli signorotti vivevano sulla costa per sfruttarne le grandi possibilità economiche. Il nostro ricco personaggio – un po’ mercante, un po’ pirata, un po’ malandrino - sembra che avesse creato persino un camminamento sotterraneo che dalla sua dimora conduceva ad una caletta del vicino litorale tra Marina di Ragusa e capo Scalambri. Ecco, quindi, l'elemento fantastico far capolino in un quadro per certi versi probabile e in armonia con i tempi: poiché di questi passaggi segreti le tradizioni ne riportano a iosa. A questo punto della storia si inserisce anche un elemento mitologico-lettenario: alle due donne era stato raccomandato di darsi alla fuga, qualora avessero avvistato la nave del fratello battente bandiera nera. Precauzione saggia, tenuto conto che il tristo individuo sicuramente non mieteva amicizie e benevolenze nel circondario.

Un giorno le due donne avvistarono il vessillo nero e immediatamente caddero in profondo sgomento; si accorsero del loro imbarazzo alcuni apicultori, che si affrettarono a trucidarle e a impossessarsi dei tesori.

In realtà il fratello aveva dimenticato di ammainare il ferale vessillo (simbolo della sua proficua professione) e quando approdò trovò la casa devastata e i suoi beni trafugati. Non gli rimase che far vela per lidi lontani, mentre la gente del luogo coniava il detto Poviri ronni e ricchi vasciddari (sventurate donne e beati apicultori).

È evidente la sopravvivenza del mito di Egeo e Teseo – più tardi saccheggiato anche da Chretien de Troys per il suo Ciclo Bretone -. Ma la leggenda offre spunti eziologici altrettanto importanti nel termine “ronni" e nella presenza degli apicultori. A prima vista ”ronna” fa pensare al sesso femminile e alla contrazione dialettale del vocabolo latino "domina" usato nella forma “ronna", quale titolo di rispetto.

Invece si tratta dell'adattamento del termine arabo "ayn" oppure "rayn" (fontana o sorgente). In realtà col tempo si è più dato valore al significato di "donna" perché per ironia della sorte nei luoghi contrassegnati col termine "ronna” si sono sovrapposte recenti storie di donne che nulla hanno a che vedere col toponimo.

Uno degli esempi più macroscopici del ragusano è "Donnafugata”, che in arabo significa "fonte della salute" e del resto nella provincia di Ragusa le zone rurali con il "donna" o meglio ronna sono molteplici e tutti hanno la presenza di una fonte. Infatti nella contrada "i ronni" esiste una fonte d'acqua in prossimità del torrente Biddiemi, mentre poco più in alto dei ruderi c'è pure acqua sorgiva.

Non sarebbe trascurabile anche un riscontro glottologico col termine "Biddiemi" dal momento che in greco classico pidaz, pidaw, pidmeiz, pidaz, pidau, pidmeis, hanno tutti riferimenti a fonti e sorgenti e col tempo la labializzazione ha dato come risultato BIDDIEMI, come zona ricca di scaturigini idriche.

Esistono dei piccoli pozzi il cui diametro non supera i trentasei centimetri, di cui alcuni sono soltanto contenitori d'acqua scavati nella roccia affiorante, mentre alcuni mantengono dell'acqua mai putrida e sempre presente nelle torride estati. Probabilmente siamo in presenza di minuti pozzi artesiani che con il noto principio dei vasi comunicanti presentano acqua derivata da sorgenti montane. Nella zona, tempestata da oleastri, sorgono queste forme di scifetti che probabilmente servivano agli apicultori per fornirsi dell'acqua fresca e pulita di cui gli imenotteri necessitano. D'altra parte la tradizione degli apicultori resiste ancora oggi, perché la zona ospita rigogliose piante di timo, il Thymus capitatus dei botanici, o "satarieddu" che da millenni hanno reso celebre il miele degli Iblei (meli di satra). E senza volerlo la tradizione delle api si inserisce nel racconto delle due donne che furono trucidate dai "vasciddari", che secondo il racconto della gente del luogo erano di origine siracusana. La sfumatura della gente siracusana dà un tono esotico al fatto perché gli aretusei hanno sempre avuto una certa coloritura levantina, ovviamente dopo il governo bizantino e la dominazione araba in Sicilia.

Volendo scavare, nelle vicende siciliane si trovano sempre elementi di grande interesse, ma soprattutto si scopre che nella tradizione tipicamente ellenica del narrare il hutoz (mito) vi è la fonte ultima di ogni saggezza.

Non c’è niente di più incantevole di una storia mormorata sul far della notte, quando il cibo riscalda le membra e il mondo comincia a sonnecchiare. Abbiamo perduto questo gusto e la magia della “parola” dei nostri anziani, ma ricercando, studiando e interpretando le nostre radici, forse potremmo migliorare la qualità della vita.

 

 

Gaetano G. Cosentini

 

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